
Torno in pista: rivedrete il Cairo del primo anno, quello della promozione: i prossimi due-tre mesi saranno dedicati tutti alla squadra». Ed invece il presidente è diventato il fantasma del nuovo Toro: da un mese non comunica più, non risponde agli sms dei tifosi, ha schivato la vetrina del calciomercato, non frequenta con l’assiduità di un tempo la squadra e quando va allo stadio Olimpico siede in disparte tra i palchi e lontano dal suo popolo. Eppure quelle ultime parole Urbano Cairo le aveva spese nel giorno più nero della sua avventura granata. Era il giorno dell'Epifania: Foschi aveva appena dato le dimissioni da diesse, giravano voci (mai confermate) di un'inchiesta sul calcioscommesse ed alcuni giocatori venivano aggrediti al ristorante "Cavalieri" dai tifosi. «Ora si fa come dico io», disse Cairo per scuotere l'ambiente e rilanciare il Torino. Un'intenzione che è rimasta sulla carta, visto che ha delegato le operazioni di mercato a Gianluca Petrachi, non ha officiato le presentazioni del Colantuono bis e di Ferri, e il suo contatto con la squadra si è limitato ad una visita di cortesia post-mercato, più qualche comparsata negli spogliatoi al termine delle partite.
È un Cairo diverso, assolutamente l'opposto di quello che il calcio italiano aveva iniziato a conoscere dal settembre 2005. Sempre sorridente, sempre pronto a parlare con i giornalisti e con gli stessi tifosi (il suo numero figurava in tutte le agende), sempre vicino ai suoi giocatori a tal punto da essere presidente-tecnico-confessore-calciatore in contemporanea. Era il grande comunicatore capace di far sognare un popolo che lo aveva proclamato subito «Papa Urbano». Il feeling si è rotto dopo anni di delusioni, di promesse non mantenute e soprattutto dopo una retrocessione sfociata nella stagione più deludente per risultati e speranze. Prima la contestazione da parte delle curve, con lo sciopero del tifo per denunciare la gestione deludente, poi il blitz da parte degli ultrà in tribuna al termine di Toro-Sassuolo ed infine l'assedio al container della Sisport durante la presentazione di Petrachi a fine dicembre. Tre momenti che hanno cambiato il suo modo di agire e soprattutto di apparire. La tradizionale chiacchierata post-partita con i cronisti veniva definitivamente sospesa il 12 dicembre, mentre da Toro-Grosseto del 16 gennaio (la partita del ritorno di Colantuono e delle curve vuote per protesta) il presidente decideva di abbandonare il suo posto in tribuna per restare solo in un palco d'onore del terzo anello.
Lontano da tutti e staccato dal suo Toro. Una sofferenza dettata dalle esigenze di sicurezza personale (due bodyguard lo seguono quando viene a Torino, mentre la Digos monitora la situazione) e dalla precisa volontà di adottare un basso profilo per non agitare la piazza. Ed effettivamente il cono d'ombra nel quale è finito Cairo ha permesso di calmare le acque tra i tifosi, regalare un nuovo clima nel Torino e ripartire anche nei risultati (5 punti in 3 partite). L'ultimo avvistamento pubblico risale ai primi di febbraio tra il Quark Hotel, per le battute finali del calciomercato (e lì ha rifiutato la passerella in diretta di Sky, forse anche per la satira di Gnocchi che sta facendo il giro del web), e la Sisport, dove ha voluto conoscere i tanti volti nuovi del Toro. Quel giorno nessun tifoso l'ha salutato o insultato e nell'indifferenza generale, compresa quella di qualche giocatore, è ripartito verso Milano senza parlare. Un silenzio senza precedenti, forse dettato anche da quel "Cairo vattene" apparso in Maratona per la prima volta venerdì scorso.