Storie granata - Orfeo Pianelli
Se pensiamo a Orfeo Pianelli pensiamo a un signore con la faccia rotonda e il sorriso appena pronunciato da labbra sottili. E una caratteristica che lo contraddistingueva: portava sempre lo stesso vestito. Un completo marrone gessato, che metteva sia d’estate che d’inverno come abito propiziatorio. Lo indossava quel 12 maggio 1976, giorno dello Scudetto, come in tutti gli altri incontri che hanno fatto la storia del Torino Calcio. Ma non in altre occasioni, per non sgualcirlo. Coetaneo di Karol Wojtyla (1920) Pianelli era nato nella notte delle Stelle, quella di San Lorenzo (1° agosto), vicino a Mantova. Non era, dunque, un piemontese di nascita. Ma lo divenne presto, attraverso una full immersion nella buona società sabauda. E, non nascondiamolo, anche grazie alla squadra di calcio che ha tanto amato. Arriva a Torino per fondare una società, la «Pianelli e Traversa», che lavora nell’indotto Fiat. Già, lavorava per far belle le macchine dell’industria automobilistica torinese e contribuendo a far più ricco il padrone della Juventus.

Ironia del destino! Si butta nell’avventura granata nel 1963 (26 febbraio) e rimarrà presidente fino al 21 maggio 1982. Uno scudetto, tanti secondi posti (1972 e 1977), e due drammi: la morte di Gigi Meroni e il rapimento del nipote di quattro anni, Giorgio Garbero, nel 1977, l’anno seguente allo scudetto. Per avere Claudio Sala, nel 1979, pagò 470 milioni di lire. Una cifra enorme, versata con assegni coperti, gli unici in quella stagione di calciomercato. Tra i suoi acquisti più famosi anche Paolino Pulici e Francesco Graziani, i celeberrimi «Gemelli del Gol». Il suo Toro fu il più bello del dopo-Superga. Il suo nome, insieme a quello di Ferruccio Novo, il presidente del Grande Torino, è quello più importante del firmamento del Torino Calcio. L’ultimo vero grande signore granata. Tra le tante stagioni giocate ricordiamo quelle 1975/76 e 1976/77. In quei due anni Milano e Roma stavano dietro Torino. Nessuno reggeva il passo delle subalpine «macina-punti». La città della Mole dominava il calcio italiano. Mai, nella storia del calcio, ci furono due stagioni così belle e avvincenti per una città.

Con il Torino che vince di un soffio lo Scudetto del 1976 sugli odiati cugini «pigiami» e la stagione successiva con la situazione esattamente opposta. Toro e Juve viaggiarono sempre appaiate nei due campionati. Il calcio era "Made in Turin". Conseguentemente lo era anche la Nazionale, visto che stiamo parlando di que squadra interamente composte da italiani (tempi beati!). Poi i guai finanziari, la ritirata verso la Costa Azzurra, a Beaullieu, vicino Villefranche, antico porto franco sabaudo, dove è morto e dove, mercoledì 27 aprile si terranno i funerali. Domani il Torino giocherà con il lutto al braccio al Delle Alpi. E intanto: fiumi di parole. E pensare che nove anni fa, nel 1996, fu completamente dimenticato quando si festeggiarono i 90 anni del Torino. Oggi Attilio Romero: «E’ stato la storia del Torino». Renato Zaccarelli: «Molto più che un semplice Presidente». A noi piace ricordarlo anche attraverso una delle sue frasi più famose, che divenne presto una barzelletta da Bar Sport. «In una conferenza stampa - ricorda Carlo Nesti, all’epoca giovane cronista di Tuttosport – Pianelli si alzò per prendere la parola e disse: “Sarò rapido e circonciso. E metterò il dito nella piaga!”».
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