Storie granata - Il Grande Torino
Tra le macerie di un'Italia bombardata dagli inglesi, comincia la storia del grande Torino. Una storia che narra di mille battaglie vinte con il sudore, il sacrificio e la classe di un manipolo di uomini che il nostro calcio ricorda ancora come eroi. L'anno di grazia e' il 1942 e l'umile manovale che da vita a questa meravigliosa opera d'arte e' Ferruccio Novo, l'allora presidente torinista. La paura di essere richiamati alle armi in un periodo cosi' buio spinge molti giocatori ad accasarsi al Torino, dove il ct della Nazionale Vittorio Pozzo promette, con l'aiuto della Fiat l'esonero dagli obblighi di leva. Per poco piu' di un milione di lire, Novo porta in granata, soffiandoli agli odiati rivali della Juve, Loik e quel Valentino Mazzola, padre di Sandro, che diventera' l'idolo delle folle e l'incubo delle retroguardie avversarie. Si va cosi' componendo, pezzo per pezzo, il carro armato granata che vincera' cinque scudetti di fila dal 1942 al 1949, facendo parlare di se' attraverso imprese leggendarie che sembra facciano parte di un immaginario collettivo ma che in realta' sono accadute davvero.

Come la famosa partita in cui i granata, scesi a Roma per affrontare i giallorossi, cominciarono a segnare un gol ogni cinque minuti, e smisero di infierire sugli avversari solo dopo un rotondo 7 a 0. O come quella volta che Valentino Mazzola, sempre in sella al suo Toro scatenato riusci' a rimontare tre gol in una gara contro la Lazio che sembrava compromessa, finendo per vincere 4 a 3. Sono episodi, assieme a centinaia di altre storie, che si confondono con la realta' e che contribuiscono ancora oggi a mantenere fervido nella nostra mente il ricordo di una squadra magnifica. A quei tempi il modulo preferito in Italia era il "Metodo", un modo di gioco che aveva portato la nostra Nazionale alla vittoria dei due mondiali consecutivi del '34 e del '38 e dell'Olimpiade del 1936. Il Torino e il suo tecnico invece prediligevano il "Sistema", e ben presto anche i più scettici dovettero ricredersi davanti ai risultati e ai trionfi di una squadra irresistibile. Il mitico stadio Filadelfia era l'affascinante teatro (nulla a che vedere con l'attuale "Delle Alpi") delle partite del Toro, spinto dagli urli deliranti del pubblico, che non smetteva mai di incitare i propri begnamini, identificandosi tutti con il loro capitano: Valentino Mazzola.

Valentino era un leader nato, in campo e fuori, rappresentava in pieno il modello del calciatore moderno, tutto corsa e classe. Correva, copriva, forniva assist e soprattutto segnava, giocando quasi da trequartista a ridosso delle tre punte Ossola, Menti e Gabetto. Realizzò 25 reti, risultando il miglior marcatore della sua squadra. Nei momenti in cui il suo Toro si trovava in difficoltà e serviva una sterzata per cambiare il volto alla gara Valentino si metteva al centro del campo e faceva il gesto di rimboccarsi le maniche. Tutti i compagni lo vedevano, quello era il segnale...da quel momento il Toro diventava una furia, e non ce n'era più per nessuno. La Nazionale beneficiò solamente per 10 partite della grande classe dei giocatori del Toro, vincendone 7, pareggiandone una e perdendo due sole volte ad opera di Austria (5-1 con i maestri danubiani) e Inghilterra (0-4 contro gli "inventori" del calcio). In quelle partite la Nazionale aveva in campo quasi tutti i giocatori del Torino, stabilendo un piccolo record: nel match vinto contro l'Ungheria per 3-1 soltanto il mitico portiere Sentimenti IV non militava in maglia granata! Nel 1949, il Toro incontra un rivale indomabile: il destino. Era il 4 Maggio del 1949, di ritorno dal Portogallo, l'aereo con a bordo i granata si schianto' contro la basilica di Superga: morirono tutti, compresi due dirigenti, il direttore tecnico Egri Erbstein, il trainer Lievesley, il massaggiatore, l'organizzatore, l'equipaggio (il cui capitano si chiamava Pierluigi Meroni!) e tre giornalisti, Casalbore di "Tuttosport", Cavallero della "Stampa" e il padre di Giorgio Tosatti, Renato che allora lavorava per "La Gazzetta del Popolo". Tra le macerie di un aereo finiva la loro storia e iniziava la loro leggenda. Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Castigliano, Rigamonti, Grezar, Menti II, Loik, Gabetto, Ossola e il capitano Valentino Mazzola. Questa e' stata l'ultima formazione del Grande Torino:

BENFICA: Contreiras (Machado), Jacinto, Fernandes, Moreira, Felix, Ferreira, Corona (Battista), Arsenio, Espiritosanto (Julio, Corona), Melao, Rogerio.
TORINO: Bacigalupo, Ballarin, Martelli, Grezar, Rigamonti, Castigliano (Fadini), Menti, Loik, Gabetto (Bongiorni), Mazzola, Ossola.
ARBITRO: Pearce (Inghilterra)
RETI: 9' Ossola, 23' e 39' Melao, 33' Arsenio, 37' Bongiorni; 85' Rogerio, 89' (r) Menti.

VALERIO BACIGALUPO. Nato a Vado Ligure (Savona) il 12 marzo 1924. Portiere. Arriva dal Savona, dopo aver giocato nel Genoa il campionato di guerra 1944. E' subito inserito nell'undici titolare e, dopo qualche comprensibile incertezza, diventa ben presto elemento di sicuro affidamento. Dotato di grande risorse atletiche, che gli consentono in alcune circostanze di concedersi alle platee, è uno dei primi portieri sistemisti del nostro calcio, indispensabile in una squadra costantemente votata all'attacco nella quale è sovente costretto all'uscita temeraria. 137 presenze nel Torino.

ALDO BALLARIN. Nato a Chioggia (Venezia) il 10 gennaio 1922. Terzino. I primi calci nel Rovigo, l'affermazione nella Triestina. Dotato di grande temperamento, buon colpitore di testa. Superata qualche difficolta' iniziale, del resto inevitabile nel passaggio dal metodo della Triestina al sistema granata, piazzato sulla fascia destra è un autentico spauracchio per le ali di turno, un baluardo invalicabile che ha padronanza di battuta con entrambi i piedi. Determinato nei contrasti, sa farsi valere in velocità ed e' ricordato per le memorabili sforbiciate in acrobazia. 148 presenza nel toro, 4 reti.

DINO BALLARIN. Nato a Chioggia (Venezia) il 23 settembre 1924. Portiere. Se ne parla piuttosto bene, e' gia' considerato qualcosa in piu' di una semplice promessa. Fratello di Aldo. Nella scala dei valori di quel grandioso Torino e' comunque il portiere numero 3. Gli stanno davanti l'azzurro Bacigalupo e la prima riserva Gandolfi, che ha gia' sostituito il titolare in un paio di circostanze. Il viaggio che lo porta a Lisbona e' un tragico premio - per il quale si e' battuto il fratello Aldo - che gli preclude ogni possibilita' di mettersi in luce e di trovare spazio nella storia del calcio italiano.

EMILE BONGIORNI. Nato a Boulogne Billancourte (Francia) il 19 marzo 1921. Centravanti. Nell'immediato dopoguerra si mette in vetrina nella capitale francese con il Racing, dopo essere cresciuto nel Cercle Athletic Paris. Non molto alto, fisico robusto, irruente e difficilmente controllabile, eccelle nel dribbling stretto ed e' dotato di un tiro potente e preciso. In Francia gode di grosso credito, tanto da conquistare la maglia della nazionale transalpina che difende in 5 occasioni. Arriva a Torino nell'estate del 1948: nei programmi di Novo e' un investimento futuro in vista di un eventuale addio dell'ormai trentatreenne Gabetto. 8 presenze e 2 reti.

EUSEBIO CASTIGLIANO. Nato a Vercelli il 9 febbraio 1921. Mediano. La consacrazione arriva nello Spezia, e, dopo aver giocato con Biellese e Vigevano nei tornei di guerra, arriva al Torino nel 1945-1946. Infaticabile, dotato di gran temperamento, il suo inserimento completa un organico che fa paura. E' certo il mediano sistemista più completo e possente espresso dal nostro campionato. Forte di testa, non gli fanno difetto nè prestanza fisica nè tecnica e sa sfruttare con abilità le esperienze vissute in prima linea, mettendo in vetrina un tiro micidiale dalla media e lunga distanza. 116 presenze in maglia granata e 35 reti.

RUBENS FADINI. Nato a Jolanda di Savoia (Ferrara) il 1 giugno 1927. Mediano. Un buon triennio con la Gallaratese e nell'estate del 1948 il Torino. Chiuso dagli inarrivabili Grezar e Castigliano si ricava comunque qualche spazio e sostituisce ora l'uno ora l'altro, dimostrando buona duttilità, si disimpegna anche al centro della linea mediana. E' un giovane talento di sicuro avvenire: sul campo ha atteggiamento misurato e stile impecabile, eccelle nella costruzione del gioco e, malgrado la sua rara esperienza, dimostra già la sicurezza di un veterano. 10 presenze e una rete nel Grande Torino.

GUGLIELMO GABETTO. Nato a Torino il 24 febbraio 1916. Centravanti. Per divergenze con la società lascia la Juventus nell'estate del 1941. E' ormai affermato e sulle sue traccie si sono sguinzagliate numerose società: la spunta il Torino. Ha caratteristiche inconfondibili: in area, grazie a un inimitabile repertorio di finte, di guizzi e al fiuto del goal, è spesso incontenibile. Veloce nelle triangolazioni, agile negli scambi, il suo pezzo forte, quello che lo ha reso celebre, è il gioco in acrobazia, negli ultimi 16 metri è infatti in grado di sciorinare perentori colpi di testa e numeri di alta scuola. 199 presenza con la maglia del Torino, 107 le reti.

RUGGERO GRAVA. Nato a Claut (Udine) il 26 aprile 1922. Ala e centravanti. Si mette in luce nelle file del Roubaix, squadra con la quale vince il campionato transalpino nel 1947. Razza friulana, deciso combattente, ha buoni fondamentali e volontà da vendere: in un Torino ricco di attaccanti di valore non ha però molte possibilità di mettersi in vetrina. L'unica chance a Genova, il 26 dicembre 1948, quando un undici granata, privo di molti titolari e in formato natalizio, è battuto dai rossoblu con un severo 3-0. Una presenza col Torino.

GIUSEPPE GREZAR. Nato a Trieste il 25 novembre 1918. Mediano. Dalla Triestina, dove è cresciuto, al Torino per la stagione 1942-1943. Abbina a una classe purissima uno spiccato senso tattico. Di stile sobrio, sicuro sul pallone, è l'elemento d'ordine della squadra granata, al servizio della quale, con la semplicità che gli deriva da una tecnica di base di primordine, traccia geometrie e calibra lanci che sono ceselli. Ambidestro, ottimo tiratore è solito comparire nell'elenco dei goal. E' uno degli uomini squadra più illuminati del Grande Torino, un punto di riferimento costante per i compagni. E' 159 volte granata realizzando 19 reti.

EZIO LOIK. Nato a Fiume (Istria) il 26 settembre 1919. Mezzala. Fiumana, Milan, Venezia e nel '42 il Torino. Sempre in movimento, utile sia nella fase di copertura sia nel sostegno dell'attacco. E' il motore del Grande Torino: mezzofondista infaticabile, coriaceo, potente, è l'indispensabile uomo che mantiene i collegamenti fra i reparti della squadra. Sa segnare con continuità: possiede un tiro imperioso e preciso che esplode, spesso da fuori area, sia con il destro che con il sinistro. Faticatore per antonomasia, generoso, altruista e correttissimo. Un campione vero. 165 presenze per 64 reti.

VIRGILIO MAROSO. Nato a Crosara Di Marostica (Vicenza) il 26 luglio 1925. Terzino. Capostipite della scuola granata del dopo guerra, è il solo protagonista del Grande Torino che Novo si è fatto in casa. Eelegante, palleggiatore raffinato dalla coordinazione naturale e dal tocco limpido e deciso. Del pacchetto difensivo granata, benchè giovanissimo, è la figura più luminosa. Dotato di tecnica purissima, un potente colpo di testa, di scatto e anticipo, predilige le giocate sulla palla e non disdegna l'inserimento offensivo, con la disinvoltura di un veterano. 1 rete in 103 presenze.

DANILO MARTELLI. Nato a Castellucchio (Mantova) il 27 maggio 1923. Mediano e mezz'ala. Dopo le esperienze con Marzotto e Brescia raggiunge il Torino nel 1946. Giovane di talento, nei programmi di partenza è destinato al ruolo di rincalzo. E' tuttavia ben presto prezioso per la facilità che dimostra nel presidiare ogni zona del campo. Grazie alla rara duttilità, che ne fa un jolly per eccellenza, raccoglie un gran numero di gettoni, anche in ruoli difensivi. Un gregario di lusso, un faticatore dai piedi buoni: addirittura proverbiali i recuperi sull'uomo. 72 presenze granata e 10 reti.

VALENTINO MAZZOLA. Nato a Cassano d'Adda (Milano) il 26 gennaio 1919. Mezzala. Al Venezia nel 1939 e al Torino nel 1942. Ha tutte le caratteristiche del fuoriclasse: accomuna a un talento senza eguali grande combattività e una sagacia tattica di prim'ordine. E' ancora ricordato il gesto che in mezzo al campo lo vede rimpboccarsi le maniche della maglia: un atto rivolto ai compagni per spronarli e invitarli alla riscossa. Un quarto d'ora di irresistibile arrembaggio e predominio. Stilisticamente perfetto, goleador, animatore e condottiero, Valentino Mazzola è il simbolo del Grande Torino. 175 presenze e 102 reti con il Torino.

ROMEO MENTI. Nato a Vicenza il 5 settembre 1919. Ala. Vicenza, Fiorentina e poi il Torino nel 1941. Carattere schivo, poco incline alle chiacchiere, è ala di stampo classico. Sulla fascia destra va diritto allo scopo: ficcante, incisivo, dà concretezza alla manovra che spesso conclude, grazie a un tiro violento e preciso che esplode all'improvviso. Sono i cross tesi e calibrati a farne elemento prezioso per i compagni in prima linea. Rigorista di quella grandiosa squadra (rincorsa breve) e spesso gli vengono affidati i piazzati. Giocatore professionista. 133 presenze per 53 reti.

PIETRO OPERTO. Nato a Torino il 20 dicembre 1926. Terzino. Dal Casale al Torino nell'estate del 1948. Ha l'ingrato compito di sostituire il più tecnico dei difensori dell'epoca, Maroso, sempre vittima di infortuni muscolari, ma se la cava piuttosto bene. Deciso, potente, di buona tecnica, non soffre il salto di categoria e sopperisce all'esperienza che gli fa difetto con l'aiuto dei collaudati compagni di reparto. Non ha tempo di mettere in mostra le sue possibilità, apparse subito notevoli. 11 presenze.

FRANCO OSSOLA. Nato a Varese il 23 agosto 1921. Ala e centravanti. Dal Varese al Torino nel 1939. Appena diciottenne, dapprima rincalzo dell'esperto Ferraris II, le sue presenze si fanno via via sempre più frequenti grazie alla disinvoltura con la quale occupa tutti i ruoli della prima linea. Inesauribile. Stilisticamente perfetto, controllo di palla tecnicissimo, sa calciare con entrambi i piedi. Attaccante completo, assai raramente si concede il tiro: predilige l'assist e la sua intesa con Gabetto è vincente. Segna comunque a ripetizione, e i suoi goal hanno il potere di sorprendere tutti i presenti allo stadio. 158 presenze e 77 reti.

MARIO RIGAMONTI. Nato a Brescia il 17 dicembre 1922. Centromediano. Nel 1941 il Toro lo acquista dal Brescia, in granata arriva comunque solo a guerra finita. Gioca al centro della linea mediana, rispetto all'epoca però è un innovatore: il gioco praticato dai granata ne fa l'antesignano degli stopper. Difensore roccioso e caparbio, buon colpitore, è un severo mastino dell'area che si esalta nella battaglia. Dotato di scatto bruciante, ottimo in acrobazia, di rendimento elevato e soprattutto costante, predilige il gioco d'anticipo: non ama i preziosismi. Addirittura indispensabile per la concretezza del disimpegno. 140 presenze e una rete.

JULIUS SHUBERT. Nato a Budapest (Ungheria) il 12 dicembre 1922. Mezzala. Nel caos del centro Europa dell'immediato dopoguerra abbandona il calcio ungherese e si trasferisce in Cecoslovacchia dove indossa la maglia della nazionale. Arriva al Toro dal Bratislava. Scuola danubiana, in possesso di innato talento, nel suo primo anno in granata, nel ruolo di Mazzola, ha poco spazio a disposizione. Lo sfrutta per mettere in vetrina un buon tiro e lo stile inconfondibile di una tradizione che ha dato all'Europa il meglio del calcio degli Anni Trenta e Quaranta. 5 presenze e una rete per lui.
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